Le mostre e la critica

 

Mostre realizzate dal 1990 ad oggi:

Personali

1990 -Chianciano (Si), Parco delle Terme
-Montalcino (Si), Fortezza Medicea
-Chiusi (Si), PalazzoVescovile
1993 -Cetona (Si), Chiesa di SS.ma Annunziata
2000 -Chiusi (Si), Palazzo ed Orto Vescovile

Collettive

1983 -Siena, Rassegna di arte Sacra
-Siena, magazzini del Sale, biennale di arte Sacra Contemporanea

1989 -Grosseto, Mostra a tema "Il Cristo nell'Arte"
-Certaldo, Primo premio alla mostra "Premio Arlecchino" organizzata dall' "Antica Compagnia del Paiolo"

1988 -Chiusi, collettiva di Scultura in ceramica organizzata dalla rivista "Eco di Arte Moderna"

1996 San Quirico D'Orcia (Si), Mostra di Scultura "Forme nel Verde"

1997 Città della Pieve (Si), Mostra di Scultura "Scultori Moderni"

1997 Collegno (TO), sala delle esposizioni, Mostra "Tre Artisti Toscani"

1997 Torrita di Siena (Si), biblioteca del comune, Mostra di Scultura moderna

Si devono inoltre ricordate presenze delle opere in varie esposizioni a Roma, Monaco di Baviera, Londra, Salisburgo, Sidney.

 

Hanno scritto di lui:

Mario Luzi
Ildo Avetta
Don Rodolfo Cetoloni - Vescovo
Mario Guidotti
Ivo Petri
Fabio Isman


Mario Luzi - Poeta

da "Taccuino d'estate"

.. Di Vasco Nasorri, visitato nella sua importante esposizione di Chiusi (Agosto 2000), mi colpirono specialmente alcune terrecotte di grande intensità ed eleganza plastica e allo stesso tempo di forte e sobria consistanza vitale. Figure la cui espressività innegabile mi sembrò dipendere sopratutto dal trattamento dei corpi.
Una singolare somaticità, oltre che brava anche intrinsecamente elegante, mi è rimasta nella memoria come sigillo di uno stile....
12 Sett 2000

 

 

 

 

A Vasco Nasorri
in segno di stima e di amicizia

Mario Luzi

 



Il manoscritto di Mario Luzi per Vasco Nasorri
 
 

Ildo Avetta - Architetto

La mia lunga attività di architetto è cominciata con la costruzione di un Santuario nel 1948; Santuario con annessa casa per gli esercizi spirituali fra il lago Maggiore e il Lago d'Orta. Posso dire che da allora non mi sono più fermato in questo settore dell'architettura Sacra.
Inizio questa nota con un accenno autobiografico perché mi aiuta a spiegare un incontro e una collaborazione che io considero felici. Infatti per questa mia prima grande costruzione (altre ne avevo realizzate ma di minore importanza), anche per sollecitazione della committenza, si pensò ad una esedra d'ingresso e ad una Via Crucis nei previsti quattordici tornanti della salita che avrebbe portato al Santuario. Urgeva quindi un ceramista; ci rivolgemmo al Vescovo di Chiusi e Pienza Mons. Baldini che sapevamo suscitatore di una scuola ideata e diretta da un parroco della sua Diocesi, Don Coltellini autodidatta ispirato dai "grandi" senesi dei secoli d'oro. Don Coltellini aveva una piccola nidiata di allievi fra i quali spiccava il giovane Vasco Nasorri.
Il mio incontro con Nasorri risale appunto a quell'epoca e fu l'inizio di una fruttuosa collaborazione con lui.
Vasco era ed è un'artista veramente cristiano che concepisce, come me, l'arte Sacra soprattutto come un "servizio" per aiutare i fedeli nella preghiera. Lavorammo in sintonia assoluta e continuammo negli anni in tante Via Crucis, in tante Chiese realizzate insieme. L'armonia fu totale, in ogni aspetto dell'opera, nel dosaggio delle luci, nella proporzione e nell'unione fra pittura, scultura e arredi sacri, soprattutto nelle vetrate colorate e nelle grigliate attraverso le quali si distribuiscono luci e ombre. La percezione della presenza di Dio deve essere infusa nei fedeli proprio dall'arte e dalla tecnica che caratterizzano l'edificio sacro e i suoi annessi. E in questo le ceramiche, lo smalto su rame, argento e oro in cui Vasco Nasorri si dimostrò subito ed ancora maestro, sono determinanti Fede, sentimento religioso, vicinanza a Dio, sono sollecitati dalla bellezza e dalla preziosità che rifulgono anche nei tabernacoli, nei crocifissi, nei paliotti d'altare, in cui Nasorri è ormai maestro.
Non posso elencare tutte le nostre collaborazioni, a Roma, in tutta Italia e all'estero. Ma una citazione particolare voglio fare per l'Altare per gli Sposi nella Cappella del Convento dei Santi Giovanni e Paolo a Roma e del memoriale costruito nella casa di San Pietro a Cafarnao e i pavimenti (in cui si cammina, ci si inginocchia, ci si sposa); e fra questi pavimenti spicca quello del Piazzale del Monte delle Beatitudini in Terrasanta, in gres colorato; Nasorri ha risolto anche il problema del camminamento dei pellegrini. E il Papa Giovanni Paolo II ha onorato questa introduzione al Tempio anche recentemente.
Anche Lui avrà ammirato il volo di Angeli che portano le corone delle Nuove Beatitudini e la manifestazione terrena delle stesse nelle figure dei Patriarchi, dei Profeti, dei Santi che le hanno vissute.
Un'analoga soluzione Vasco l'ha realizzata nel pavimento del Presbitero della cripta della Chiesa Parrocchiale di Vitinia nella Diocesi di Roma, costruita nel 1955 con incorniciature di ceramiche istoriate nel pavimento di marmo.

Ildo Avetta

 

Rodolfo Cetoloni - Vascovo della Diocesi di Montepulciano, Chiusi, Pienza

Il Dono di "Intuire" e di "Far Vedere"

Nel 1997 i Vescovi delle Chise di Toscana hanno pubblicato una Nota Pastorale sulla comunicazione della fede attraverso l'arte dal titolo: "La Vita si è fatta visibile". Il 4 aprile 1999 Givanni Paolo II ha inviato una lunga lettera "a quanti con appassionata dedizione cercano <<nuove epifanie>> della bellezza per farne dono al mondo nella creazione artistica". Sono due splendide riflessioni di gratitudine e di invito al mondo dell'arte.
Il bisogno che l'uomo ha di vedere,di percepire e di toccare ha sviluppato dentro di lui delle dimensioni intuitive che vanno oltre il visibile e il tangibile. leggendo dentro gli eventi e le cose messaggi e contenuti più ampi.Lo stesso incontro con una persona o persino il semplice sguardo su una realtà hanno la potenzialità di andare oltre.
L'artista sviluppa in modo spontaneo oroginale e accuratoquesta capacità. Alcuni riescono poi anche a tradurre in immagini e parole quello che hanno "visto". L'opera che ne nasce diventa a sua volta, occasione di incontro e di sguardo ulteriormente fecondo.
Se l'artista poi ha anche sviluppato il dono della fede e l'umiltà di porsi, nella sua umiltà arricchibile, dinnanzi al mistero di Dio facendosi prendere e guidare nello stesso sguardo e nel sentire, la sua opera diventa"icona". Si ferma in qualche modo in essa l'evento narrato o raffigurato, l'esperienza interiore che ha "inspirato" l'autore e un senso dibellezza che a sua volta genera "emozioni interiori"nel cuore e nello spirito.
"La nostra tradizione più autentica c'insegnache il linguaggio della bellezzaè capace di raggiungere il cuore degli uomini, di far lotro conoscere dal dentro Colui che noi osiamo rappresentare nelle immagini, Gesù Cristo" (Giovanni Paolo II).
Stare con un artista o con le sue opere è essere condotti prt mano nel mondo al quale egli si è affacciato e dal quale si è fatto prendere. Guardare con lui attraverso le sue opere è apprendere e inoltrarsi nello stesso mistero delle cose o della vita.

Rodolfo Cetoloni


 


Mario Guidotti - Giornalista, collezionista e critico d'Arte.

Anche se è cresciuto e opera a Chiusi e ora esulta Santa Mustiola Nasorri, in nessun caso, è un artista locale e localistico; è un artista internazionale come pochi in questa Toscana così ricca, anche oggi, di creativi nell'arte visuale. Anche se sembra attingere alla tradizione, anche se la sua cultura, mai esibita, comprende cognizioni di tutta la storia dell'arte antica e contemporanea e della tecnica che usarono i suoi progenitori fin dai primordi, ella terracotta, nella ceramica, nella pittura, nella scultura, nei graffiti, Vasco Nasorri è un contemporaneo che ha sempre guardato in avanti. Le sue figure non sono mai arcaiche, non sono realistiche, non risalgono ai periodi pur aurei del passato ( per esempio, il Quattrocento, il Cinquecento, che tanta influenza hanno avuto sui toscani), ma considerando lo spirito nuovo che caratterizza quest'epoca fra un secolo e l'altro. Anche per una sua personale, mai esibita, preparazione culturale che io sempre rilevo in lui.
Ricordo una sua mostra, dieci anni fa, nella Fortezza di Montalcino; i suoi bronzi, le sue ceramiche, le sue terracotte, i suoi bozzetti, sempre fra il sacro e mitologico (leggi etrusco), in quello spazio, in quel rude contesto medievale, risaltavano in maniera particolare. Ma prima ancora avevo visto un magnifico bassorilievo dedicato a Sant'Ansano, a Marciano, a Siena, : un'altra misura, un'altra vocazione, sempre tenendo presente la zona, il pubblico, di quella terra senese. E a Roma, dove vivo, le presenze di Vasco sono ancora più importanti e caratteristiche, dal "Patrocinio di San Giuseppe" all'Aurelio, a ciò che rende degna di visite particolari la Chiesa di Vitinia. Cristi, Madonne, Santi, hanno volti, se non vesti, di personaggi di oggi; Gesù è prima di tutto umano, un uomo, Maria, una madre addolorata e una donna. E tutto ciò senza tradire l'intenzione della committenza ( perché Vasco è uno dei pochi scultori che opera su ordinazioni, che ha "committenti" e con clienti): a sua volta la commitenza accetta, apprezza.
Ma un altro aspetto dell'arte di Nasorri intendo ora evidenziare. Ho detto che è uno dei pochi grandi rappresentanti dell'arte sacra, ispirata a tempi e figure della fede cristiana. Ma egli è anche un artista "civile". Basti indicare il suo Monumento alla Liberazione che onora veramente Chiusi anche da questo punto di vista; un monumento che ricorda due caduti nella lotta partigiana il 26 giugno 1944; basti ammirare e meditare su quel grande gruppo bronzeo su piedistallo in travertino, su quei due corpi martoriati, allungati nello spasimo, esperimenti dolore ma anche luce.
Ma non ci sono solo contenuti drammatici, tragici, nell'opera omonima (ormai si può usare una definizione del genere, vista la vastità della sua produzione) di Vasco Nasorri. C'è anche la gioia della bellezza estetica e umana nelle opere che possiamo definire "profane" per distinguerle dalle altre. Le figure femminili, le donne scolpite in terracotta ma anche fuse in bronzo o lavorate in pietra (la "manualità" di Vasco è completa; non ha "traduttori", come quasi tutti oggi) sono in tutti i sensi belle, dal punto di vista puramente formale e da quello contunutistico; anche se non sempre realistiche, anche se volutamente "formate", allungate a volte, ma sempre espressive, siano adagiate, siano in piedi, e sempre seducenti. Accenno, infine, per dimostrare la completezza dell'artista, alle opere assolutamente non figurative, informali e post-astratte, che dimostrano la conoscenza delle più recenti tendenze artistiche, delle varie correnti non solo italiane, di uno che viaggia e legge e visita mostre e musei in tutto il mondo. Onde la sua internazionalità.
Sono certo che questa mostra personale del Duemila sarà fondamentale per Nsorri e per Chiusi. Inaugurerà degnamente il Millennio.


MARIO GUIDOTTI

 

 

Ivo Petri
Sacerdote

Spesso i critici d'arte, di fronte alle opere di un autore affermato, vanno alla ricerca delle fonti di ispirazione, indagano su possibili ascendenze formali con altri autori recenti o remoti, cercano di conoscere le scuole e i maestri frequentati. E' questo un atteggiamento legittimo ed anche utile per giungere alla comprensione e valutazione di un'opera d'arte. E' ovvio che nessun artista nasce né si forma da solo. Ma non si può esagerare. Ricordo la presentazione di una "personale", in cui i richiami erano così tanti e distanziati, che si passava dai dipinti rupestri preistorici ai più prestigiosi maestri contemporanei. Sulla personalità e originalità dell'espositore, che avrebbero meritato molta attenzione, c'erano dei complimenti o poco più. Non si capiva, insomma, quanto di quei lavori spettava alla preparazione storica, tecnica e scolastica e quanto al talento personale dell'autore.

Anche l'amico Vasco Nasorri ha seguito l'itinerario di chi si sente portato alle arti figurative: osservazione, scuola, esercitazione pratiche, creatività. A Chiusi, dove è nato, fin da giovanissimo conobbe gli Etruschi: i resti delle mura antiche, le tombe, il vasellame, i bronzi. Cominciò a frequentare una scuola, aperta da poco nel suo paese, e destinata ad avviare alle arti figurative e plastiche quei giovani, che ne avessero avvertito la tendenza.
Era una scuola che non somigliava né a un Istituto d'arte né a un Accademia, quanto piuttosto a una delle antiche "botteghe", dove sotto la guida di esperti "mastri", potevano formarsi ottimi artigiani, ma anche rivelarsi e uscirne grandi artisti e perfino geni, come accadde per Giotto, Leonardo o Michelangelo. Qualche volta visitai quella scuola. Mi ci conduceva il fondatore e maestro, che ben conoscevo. Era un prete, che prima di tornare a Chiusi, era stato parroco in un piccolo paese, dove sono nato. Si chiamava Manfredo Coltellini. Frequentavo, oltre alla Chiesa la sua casa. Ero un ragazzo e mi divertivo a vederlo disegnare e poi a costruire oggetti in ceramica, per lo più di carattere religioso. Sapevo che era stato in rapporto con artisti di una certa fama. Le sue ceramiche erano e sono molto stimate.
Purtroppo scomparve presto.
Per parte mia debbo ringraziarlo per due motivi: primo, perché non avendo io una particolare vocazione artistica, cercò di farmi capire come di deve "leggere" un'opera d'arte; secondo, perché non riuscendo a farmi diventare un artista, riuscì a farmi diventare "prete". Caro Vasco, con te successe il contrario. Meglio così' per tutti e due.

Vedere al lavoro un maestro d'arte è indispensabile per chi intenda diventarlo, ma anche per capire se il candidato ne ha le dovute qualità. Prendiamo, ad esempio, un eventuale scultore mentre manipola una materia plastica per renderla conforme all'immagine che ha in testa. In quel momento depongono a suo favore alcuni curiosi atteggiamenti. Il più indicativo è il fatto che non sembra mai appagato di quel che fa.
Riguarda con attenzione quello che gli cresce fra le mani, gli gira intorno, lo ritocca, lo corregge, lo confronta ogni tanto con il disegno preordinato. Talvolta sembra soddisfatto, ma più spesso scuote la testa, cerca qualche suggerimento, e può succedere che sospenda il lavoro iniziato o lo abbandoni definitivamente. Credo che tutti gli artisti si siano comportati e si comportino così. L'opera cosidetta di "getto" è molto rara e generalmente giunge nella fase avanzata di un lungo curriculum.
Anche nella scuola di Chiusi si studiava e si apprendeva come ho appena accennato. Ogni ragazzo o ragazza sceglieva la disciplina più congeniale alla sua personalità, dal disegno e la pittura, alla ceramica, alla scultura in basso e alto rilievo o a tutto tondo.
Fra le caratteristiche di Vasco ve ne sono alcune degne di una particolare segnalazione. Non solo è riuscito ad applicarsi a tutte le discipline previste dalla scuola, ma talvolta ha dovuto affrontare lavori straordinari, specialmente per richieste su commissione, che non rientravano in un certo senso nell'iter scolastico. Cito qualche caso. E' vero che ad un "ceramista e scultore" - come lui ama definirsi - può essere richiesta qualche immagine di ispirazione religiosa o piastrelle ceramicate per piccoli ambienti familiari, ma è raro che gli venga richiesto l'arredamento di un'intera cappella a 60 metri quadri di pavimentazione di una piazza. Eppure ha fatto tutto questo ed altro ancora, ricorrendo talvolta a intuizioni ed esperienze originali.
Per piccoli oggetti d'arte ha ripreso la tradizione dello smalto policromo su metallo (mi sembra che qualcosa del genere aveva fatto per proprio conto don Manfredo). Per l'arredamento di un luogo ha sempre tenuto conto delle dimensioni delle opere per un rapporto rispettoso e armonio con lo spazio dell'ambiente; per questo credo che gli sia stata utile l'amicizia con un esperto dell'arredamento, qual è l'architetto Ildo Avetta. Ho accennato anche alla pavimentazione di una piazza. Si tratta di due spicchi triangolari della piazza antistante alla Basilica del Monte delle Beatitudini in Israele: lo spazio doveva essere arricchito con illustrazioni e per di più resistere agli agenti chimici e atmosferici e all'attrito del transito pedonale.
Vasco pensò di ricorrere all'uso materico del refrattario, che cotto ad altra temperatura (circa 1250° di calore), sostiene qualsiasi tipo di attacco e di attrito. Le illustrazioni potevano essere composte seguendo la tecnica del mosaico. Pertanto compose e cosse le piastre di Gres, ottenendole (non so come) di diversa colorazione e le giustappose sul posto secondo di disegni preordinati per formare le immagini delle Beatitudini evangeliche e dell'Apocalisse. Esperti ed anche tante persone comuni che hanno visto l'opera hanno dichiarato di essere rimasti ammirati ed emozionati.
Infine va doverosamente ricordato che tutti i suoi lavori, dai disegni, ai lavori in terracotta e ceramica, fino alla fusione dei bronzi, Vasco li esegue nel suo laboratorio, presso Chiusi, dotato di tutti gli strumenti necessari.

Che dire dell'arte di Vasco? Mario Guidotti, è stato fra i primi a scrivere di lui, definendolo "un figurativo vero", ma anche toccato dal linguaggio della modernità. Specialmente le sue sculture, a cominciare da quelle profane, sembrano colte come di sfuggita o in movimento, quasi forme ottenute con pochi tratti sicuri della mano e talvolta indefinite. (Vedere ad es.: Donna allo specchio, Ulisse, Cavallo ferito).
Un discorso più lungo meriterebbero le sue opere di carattere religioso, sia per la quantità dei lavori eseguiti, sia per la varietà dei temi di cui è stato richiesto. Il modo di rappresentare una immagine biblica o agiografica, come anche gli oggetti di arredo liturgico, restano ancorati al figurativo, anche se vi si scorge chiaramente l'accentuazione del senso simbolico. Certo è che Vasco riesce benissimo in questo genere d'arte, anche perché sa come toccare un nervo scoperto dell'uomo d'oggi, fortemente secolarizzato, ma che, appunto per questo, può rimanere colpito più dalla forza di un simbolo che da un discorso di logico realismo. Forse le suo opere non sono immediatamente devozionali, quanto piuttosto allusive "a qualcosa d'altro", ossia a quella dimensione della trascendenza e al mistero: è questo il segreto dell'opera religiosa di Vasco.

IVO PETRI

 

Fabio Isman - Giornalista de "Il Messaggero"
Ci sono alcune singolarità, nella vita e nell'arte di Vasco Nasorri, che rendono assai raro e prezioso sia l'uomo sia lo scultore, perfino evocando modelli antichi, e purtroppo spesso abbondantemente desueti. Intanto, il legame profondo e inscindibile con la sua terra, per cui egli non ha mai voluto abbandonare Chiusi, dove è nato 60 anni fa. Poi, l'assoluto bisogno di vivere, dall'inizio alla fine, la genesi, la crescita e la conclusiva epifania di ogni sua creazione; l'esigenza irrinunciabile di lavorare - sempre e comunque - soltanto con le sue mani (<di tutti gli attrezzi e gli arnesi possibili, il più importante resta il mio pollice>, ammette lui), quasi avesse scelto gli abiti, e soprattutto incarnasse l'habitus, di una specie ormai pressoché perduta: quella che si potrebbe definire del "contadino dell'arte"; l'imprescindibile necessità di controllare totalmente l'intero processo produttivo, talché Vasco non ha mai voluto (né quindi mai posseduto) aiuti, aiutanti, o collaboratori di sorta: al massimo, due braccia e una schiena amiche, assolutamente in prestito, quando vi sia da trasferire un'opera troppo pesante per lui solo. Infine, la sua capacità, assolutamente da grande artigiano e da "artista integrale", di sapersi misurare con metodi d'espressione assai diversi: nel laboratorio (ma anche al piano sottostante, che costituisce un autentico "pensatoio"), tra tante ceramiche e tanti bronzi, terrecotte, marmi e sculture in cemento o in pietra refrattaria, si ritrovano infatti anche disegni davvero bellissimi e splendidi bozzetti, già provvisti, così parrebbe, di "anima". Per certi versi, la tenerezza è la medesima dei fortunati che hanno conosciuto e frequentato Giorgio Morandi: fatte le debite proporzioni, un altro assoluto "artigiano dell'arte".

E ancora un'ulteriore particolarità bisogna subito aggiungere: che Vasco è oggi uno dei maggiori, più noti e prolifici esponenti italiani per ciò che riguarda l'arte sacra; sue creazioni, spesso anche assai ragguardevoli perfino per dimensioni, sono in Israele, alla Basilica del Monte delle Beatitudini sul Lago di Tiberiade (il pavimento del sagrato, che è un colorato mosaico in gres di ben 60 metri quadrati), nella Beirut cattolica (due terrecotte smaltate, alte tre metri e mezzo, nella Cattedrale), in almeno una dozzina di chiese romane, anche importanti; e sovente, il Patriarca di Terrasanta impugna un suo pastorale in metallo e smalti. Ma se le Pale e le Vie Crucis, le Passioni e le Madonne, gli danno di che vivere, le sensualissime donne che scolpisce, generalmente accovacciate, i capelli lunghi, le forme vagamente "renoiriane", ma i volti spesso affusolati ed assai delicati, sono certo - rispetto a quelle sacre composizioni e anche ai suoi monumenti, essi pure dall'aria sempre giustamente sacrale - ancora più apprezzabili ed invidiabili.

Insomma, Vasco Nasorri si barcamena (bisogna sottolinearlo: benissimo) tra il sacro ed il profano, senza mai far uso di modelle (anche perché la moglie, che vive al piano di sopra e che spesso gli è accanto, certo non gradirebbe), esprimendo nell'arte davvero tutto ciò che gli ronza in testa. E che non è sicuramente poco, anche se lui, del tutto appartato (<L'arte, in fondo, come tante fra le cose più belle, vien meglio un po' di nascosto>, affermava Emilio Cecchi, 1884-1966), assai riflessivo e forse perfino alquanto "chiuso" come è tradizione antica di quelli della sua terra (omen nomen, o un semplice gioco di parole?), raramente lo esplicita, lo esterna, lo confessa forse perfino a se stesso. Lo realizza, quasi con un moto dell'anima, e questo gli basta; anzi, ci basta: forse, non è nemmeno pensabile un'autenticità maggiore, e una vera opera d'arte <è soprattutto un'avventura della mente>, come scriveva Eugène Ionesco (1912-1994).

Vasco non esce da un'Università: suo insegnante fu un bravissimo sacerdote, anch'egli artista (forse anche per questo, le prime sue commesse, fin da quando aveva appena 28 anni, sono state legate al culto), che lo portava al museo (<allora, era ancora civico>), a disegnare e a modellare; perciò è ancora più affascinante vivere in lui gli echi dei tanti che, sui sentieri spesso tortuosi e intricati dell'arte, lo hanno preceduto. In un cavallo, si "sente" Marino Marini; in un corpo allungato, Arturo Martini; in un gruppo di figure ieratiche, scolpite e spartite, perfino qualcosa di Massimo Campigli: <Io credo che, s'intende dopo Bernini, il Novecento costituisca la stagione migliore per la scultura, sopravvissuta ai guasti del neoclassicismo; una riscossa, un'"età dell'oro", che esordisce con Medardo Rosso. Certo che io ho visto, ad esempio, molto di Emilio Greco; ma proprio come Greco aveva visto, a sua volta, tantissimi altri. Se l'artista non è figlio del suo tempo, magari portandosi addosso anche tutti quelli che l'hanno preceduto, semplicemente non è>.

I giorni di Vasco sono permeati di lavoro e di fatica; i suoi orari, assai simili a quelli dei contadini che vede all'opera nella vallata sotto la casa-studio-laboratorio in cui vive; nella sua esistenza, non c'è spazio per molto altro: forse perché <una passione sfrenata per l'arte è un cancro che divora ogni altra cosa> (Charles Baudelaire, 1821-67). Le forme che crea sono spesso nuove e moderne, ma sempre rigorosamente figurative: nell'astratto, infatti, la sua coscienza correrebbe certamente il rischio di smarrirsi, anche perché, dice lui, <è infinitamente più facile plasmare cose strapazzate; un ritorno alla regola, per studiare la forma, non fa certo male>. Come chiunque, ha i suoi bravi amori artistici; se debitamente interrogato, evoca gli Impressionisti e Vincent Van Gogh, nonché Mario Sironi, <in realtà, uno scultore che dipinge: possedeva le mani, e la forza, della scultura>, e per Vasco questo è certo il massimo dei riconoscimenti possibili.

Le sue creazioni nascono sempre da un'idea, <che giunge in momenti inaspettati>, e che egli, come prima cosa, fissa sulla carta, disegnando; poi, viene il resto: spesso, anche una complessa ricerca tecnica, <perché misurarmi con le novità mi piace, ed ho sempre qualcosa da sperimentare o da imparare: la materia sa essere anche una grande maestra>. Le sue sculture femminili sono pervase di dinamicità, spesso basate su una unica linea curva. I cavalli, quando ci sono, hanno sovente colli allungati, quasi aspirassero, anch'essi, al cielo. Della sua opera, globalmente intesa, si può forse dire soltanto quel che, con grande acume, scriveva un giorno John Ruskin (1819-1900): < L'arte migliore è quella in cui la mano, la testa e il cuore di un uomo procedono in accordo>; magari, aggiungendo anche una frase di André Gide (1869-1951): <La sola arte di cui mi accontento è quella che, elevandosi dall'inquietudine, tende alla serenità>.

FABIO ISMAN