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Le mostre e la critica
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Mostre realizzate dal 1990 ad oggi: Personali 1990 -Chianciano (Si), Parco delle Terme Collettive 1983 -Siena, Rassegna di arte Sacra 1989 -Grosseto, Mostra a tema "Il Cristo nell'Arte" 1988 -Chiusi, collettiva di Scultura in ceramica organizzata dalla rivista "Eco di Arte Moderna" 1996 San Quirico D'Orcia (Si), Mostra di Scultura "Forme nel Verde" 1997 Città della Pieve (Si), Mostra di Scultura "Scultori Moderni" 1997 Collegno (TO), sala delle esposizioni, Mostra "Tre Artisti Toscani" 1997 Torrita di Siena (Si), biblioteca del comune, Mostra di Scultura moderna Si devono inoltre ricordate presenze delle
opere in varie esposizioni a Roma, Monaco di Baviera, Londra, Salisburgo,
Sidney.
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| Hanno scritto di lui: | |||
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Mario Luzi |
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da "Taccuino d'estate" .. Di Vasco Nasorri, visitato nella sua importante esposizione di Chiusi
(Agosto 2000), mi colpirono specialmente alcune terrecotte di grande
intensità ed eleganza plastica e allo stesso tempo di forte e
sobria consistanza vitale. Figure la cui espressività innegabile
mi sembrò dipendere sopratutto dal trattamento dei corpi. |
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A Vasco Nasorri Mario Luzi
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![]() Il manoscritto di Mario Luzi per Vasco Nasorri |
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La mia lunga attività di architetto
è cominciata con la costruzione di un Santuario nel 1948; Santuario
con annessa casa per gli esercizi spirituali fra il lago Maggiore e il
Lago d'Orta. Posso dire che da allora non mi sono più fermato in
questo settore dell'architettura Sacra. Ildo Avetta |
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Il Dono di "Intuire" e di "Far Vedere" Nel 1997 i Vescovi delle Chise di Toscana hanno pubblicato una Nota
Pastorale sulla comunicazione della fede attraverso l'arte dal titolo:
"La Vita si è fatta visibile". Il 4 aprile 1999 Givanni
Paolo II ha inviato una lunga lettera "a quanti con appassionata
dedizione cercano <<nuove epifanie>> della bellezza per
farne dono al mondo nella creazione artistica". Sono due splendide
riflessioni di gratitudine e di invito al mondo dell'arte. Rodolfo Cetoloni |
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Anche se è cresciuto e opera a Chiusi e ora esulta
Santa Mustiola Nasorri, in nessun caso, è un artista locale e localistico;
è un artista internazionale come pochi in questa Toscana così
ricca, anche oggi, di creativi nell'arte visuale. Anche se sembra attingere
alla tradizione, anche se la sua cultura, mai esibita, comprende cognizioni
di tutta la storia dell'arte antica e contemporanea e della tecnica che
usarono i suoi progenitori fin dai primordi, ella terracotta, nella ceramica,
nella pittura, nella scultura, nei graffiti, Vasco Nasorri è un
contemporaneo che ha sempre guardato in avanti. Le sue figure non sono
mai arcaiche, non sono realistiche, non risalgono ai periodi pur aurei
del passato ( per esempio, il Quattrocento, il Cinquecento, che tanta
influenza hanno avuto sui toscani), ma considerando lo spirito nuovo che
caratterizza quest'epoca fra un secolo e l'altro. Anche per una sua personale,
mai esibita, preparazione culturale che io sempre rilevo in lui.
Ricordo una sua mostra, dieci anni fa, nella Fortezza di Montalcino; i suoi bronzi, le sue ceramiche, le sue terracotte, i suoi bozzetti, sempre fra il sacro e mitologico (leggi etrusco), in quello spazio, in quel rude contesto medievale, risaltavano in maniera particolare. Ma prima ancora avevo visto un magnifico bassorilievo dedicato a Sant'Ansano, a Marciano, a Siena, : un'altra misura, un'altra vocazione, sempre tenendo presente la zona, il pubblico, di quella terra senese. E a Roma, dove vivo, le presenze di Vasco sono ancora più importanti e caratteristiche, dal "Patrocinio di San Giuseppe" all'Aurelio, a ciò che rende degna di visite particolari la Chiesa di Vitinia. Cristi, Madonne, Santi, hanno volti, se non vesti, di personaggi di oggi; Gesù è prima di tutto umano, un uomo, Maria, una madre addolorata e una donna. E tutto ciò senza tradire l'intenzione della committenza ( perché Vasco è uno dei pochi scultori che opera su ordinazioni, che ha "committenti" e con clienti): a sua volta la commitenza accetta, apprezza. Ma un altro aspetto dell'arte di Nasorri intendo ora evidenziare. Ho detto che è uno dei pochi grandi rappresentanti dell'arte sacra, ispirata a tempi e figure della fede cristiana. Ma egli è anche un artista "civile". Basti indicare il suo Monumento alla Liberazione che onora veramente Chiusi anche da questo punto di vista; un monumento che ricorda due caduti nella lotta partigiana il 26 giugno 1944; basti ammirare e meditare su quel grande gruppo bronzeo su piedistallo in travertino, su quei due corpi martoriati, allungati nello spasimo, esperimenti dolore ma anche luce. Ma non ci sono solo contenuti drammatici, tragici, nell'opera omonima (ormai si può usare una definizione del genere, vista la vastità della sua produzione) di Vasco Nasorri. C'è anche la gioia della bellezza estetica e umana nelle opere che possiamo definire "profane" per distinguerle dalle altre. Le figure femminili, le donne scolpite in terracotta ma anche fuse in bronzo o lavorate in pietra (la "manualità" di Vasco è completa; non ha "traduttori", come quasi tutti oggi) sono in tutti i sensi belle, dal punto di vista puramente formale e da quello contunutistico; anche se non sempre realistiche, anche se volutamente "formate", allungate a volte, ma sempre espressive, siano adagiate, siano in piedi, e sempre seducenti. Accenno, infine, per dimostrare la completezza dell'artista, alle opere assolutamente non figurative, informali e post-astratte, che dimostrano la conoscenza delle più recenti tendenze artistiche, delle varie correnti non solo italiane, di uno che viaggia e legge e visita mostre e musei in tutto il mondo. Onde la sua internazionalità. Sono certo che questa mostra personale del Duemila sarà fondamentale per Nsorri e per Chiusi. Inaugurerà degnamente il Millennio.
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Spesso i critici d'arte, di fronte alle opere di un autore
affermato, vanno alla ricerca delle fonti di ispirazione, indagano su
possibili ascendenze formali con altri autori recenti o remoti, cercano
di conoscere le scuole e i maestri frequentati. E' questo un atteggiamento
legittimo ed anche utile per giungere alla comprensione e valutazione
di un'opera d'arte. E' ovvio che nessun artista nasce né si forma
da solo. Ma non si può esagerare. Ricordo la presentazione di una
"personale", in cui i richiami erano così tanti e distanziati,
che si passava dai dipinti rupestri preistorici ai più prestigiosi
maestri contemporanei. Sulla personalità e originalità dell'espositore,
che avrebbero meritato molta attenzione, c'erano dei complimenti o poco
più. Non si capiva, insomma, quanto di quei lavori spettava alla
preparazione storica, tecnica e scolastica e quanto al talento personale
dell'autore.
Anche l'amico Vasco Nasorri ha seguito l'itinerario di chi
si sente portato alle arti figurative: osservazione, scuola, esercitazione
pratiche, creatività. A Chiusi, dove è nato, fin da giovanissimo
conobbe gli Etruschi: i resti delle mura antiche, le tombe, il vasellame,
i bronzi. Cominciò a frequentare una scuola, aperta da poco nel
suo paese, e destinata ad avviare alle arti figurative e plastiche quei
giovani, che ne avessero avvertito la tendenza. Vedere al lavoro un maestro d'arte è indispensabile
per chi intenda diventarlo, ma anche per capire se il candidato ne ha
le dovute qualità. Prendiamo, ad esempio, un eventuale scultore
mentre manipola una materia plastica per renderla conforme all'immagine
che ha in testa. In quel momento depongono a suo favore alcuni curiosi
atteggiamenti. Il più indicativo è il fatto che non sembra
mai appagato di quel che fa. Che dire dell'arte di Vasco? Mario Guidotti, è stato
fra i primi a scrivere di lui, definendolo "un figurativo vero",
ma anche toccato dal linguaggio della modernità. Specialmente le
sue sculture, a cominciare da quelle profane, sembrano colte come di sfuggita
o in movimento, quasi forme ottenute con pochi tratti sicuri della mano
e talvolta indefinite. (Vedere ad es.: Donna allo specchio, Ulisse, Cavallo
ferito). IVO PETRI |
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Ci sono alcune singolarità, nella vita e nell'arte
di Vasco Nasorri, che rendono assai raro e prezioso sia l'uomo sia lo
scultore, perfino evocando modelli antichi, e purtroppo spesso abbondantemente
desueti. Intanto, il legame profondo e inscindibile con la sua terra,
per cui egli non ha mai voluto abbandonare Chiusi, dove è nato
60 anni fa. Poi, l'assoluto bisogno di vivere, dall'inizio alla fine,
la genesi, la crescita e la conclusiva epifania di ogni sua creazione;
l'esigenza irrinunciabile di lavorare - sempre e comunque - soltanto con
le sue mani (<di tutti gli attrezzi e gli arnesi possibili, il più
importante resta il mio pollice>, ammette lui), quasi avesse scelto
gli abiti, e soprattutto incarnasse l'habitus, di una specie ormai pressoché
perduta: quella che si potrebbe definire del "contadino dell'arte";
l'imprescindibile necessità di controllare totalmente l'intero
processo produttivo, talché Vasco non ha mai voluto (né
quindi mai posseduto) aiuti, aiutanti, o collaboratori di sorta: al massimo,
due braccia e una schiena amiche, assolutamente in prestito, quando vi
sia da trasferire un'opera troppo pesante per lui solo. Infine, la sua
capacità, assolutamente da grande artigiano e da "artista
integrale", di sapersi misurare con metodi d'espressione assai diversi:
nel laboratorio (ma anche al piano sottostante, che costituisce un autentico
"pensatoio"), tra tante ceramiche e tanti bronzi, terrecotte,
marmi e sculture in cemento o in pietra refrattaria, si ritrovano infatti
anche disegni davvero bellissimi e splendidi bozzetti, già provvisti,
così parrebbe, di "anima". Per certi versi, la tenerezza
è la medesima dei fortunati che hanno conosciuto e frequentato
Giorgio Morandi: fatte le debite proporzioni, un altro assoluto "artigiano
dell'arte".
E ancora un'ulteriore particolarità bisogna subito aggiungere: che Vasco è oggi uno dei maggiori, più noti e prolifici esponenti italiani per ciò che riguarda l'arte sacra; sue creazioni, spesso anche assai ragguardevoli perfino per dimensioni, sono in Israele, alla Basilica del Monte delle Beatitudini sul Lago di Tiberiade (il pavimento del sagrato, che è un colorato mosaico in gres di ben 60 metri quadrati), nella Beirut cattolica (due terrecotte smaltate, alte tre metri e mezzo, nella Cattedrale), in almeno una dozzina di chiese romane, anche importanti; e sovente, il Patriarca di Terrasanta impugna un suo pastorale in metallo e smalti. Ma se le Pale e le Vie Crucis, le Passioni e le Madonne, gli danno di che vivere, le sensualissime donne che scolpisce, generalmente accovacciate, i capelli lunghi, le forme vagamente "renoiriane", ma i volti spesso affusolati ed assai delicati, sono certo - rispetto a quelle sacre composizioni e anche ai suoi monumenti, essi pure dall'aria sempre giustamente sacrale - ancora più apprezzabili ed invidiabili. Insomma, Vasco Nasorri si barcamena (bisogna sottolinearlo: benissimo) tra il sacro ed il profano, senza mai far uso di modelle (anche perché la moglie, che vive al piano di sopra e che spesso gli è accanto, certo non gradirebbe), esprimendo nell'arte davvero tutto ciò che gli ronza in testa. E che non è sicuramente poco, anche se lui, del tutto appartato (<L'arte, in fondo, come tante fra le cose più belle, vien meglio un po' di nascosto>, affermava Emilio Cecchi, 1884-1966), assai riflessivo e forse perfino alquanto "chiuso" come è tradizione antica di quelli della sua terra (omen nomen, o un semplice gioco di parole?), raramente lo esplicita, lo esterna, lo confessa forse perfino a se stesso. Lo realizza, quasi con un moto dell'anima, e questo gli basta; anzi, ci basta: forse, non è nemmeno pensabile un'autenticità maggiore, e una vera opera d'arte <è soprattutto un'avventura della mente>, come scriveva Eugène Ionesco (1912-1994). Vasco non esce da un'Università: suo insegnante fu un bravissimo sacerdote, anch'egli artista (forse anche per questo, le prime sue commesse, fin da quando aveva appena 28 anni, sono state legate al culto), che lo portava al museo (<allora, era ancora civico>), a disegnare e a modellare; perciò è ancora più affascinante vivere in lui gli echi dei tanti che, sui sentieri spesso tortuosi e intricati dell'arte, lo hanno preceduto. In un cavallo, si "sente" Marino Marini; in un corpo allungato, Arturo Martini; in un gruppo di figure ieratiche, scolpite e spartite, perfino qualcosa di Massimo Campigli: <Io credo che, s'intende dopo Bernini, il Novecento costituisca la stagione migliore per la scultura, sopravvissuta ai guasti del neoclassicismo; una riscossa, un'"età dell'oro", che esordisce con Medardo Rosso. Certo che io ho visto, ad esempio, molto di Emilio Greco; ma proprio come Greco aveva visto, a sua volta, tantissimi altri. Se l'artista non è figlio del suo tempo, magari portandosi addosso anche tutti quelli che l'hanno preceduto, semplicemente non è>. I giorni di Vasco sono permeati di lavoro e di fatica; i suoi orari, assai simili a quelli dei contadini che vede all'opera nella vallata sotto la casa-studio-laboratorio in cui vive; nella sua esistenza, non c'è spazio per molto altro: forse perché <una passione sfrenata per l'arte è un cancro che divora ogni altra cosa> (Charles Baudelaire, 1821-67). Le forme che crea sono spesso nuove e moderne, ma sempre rigorosamente figurative: nell'astratto, infatti, la sua coscienza correrebbe certamente il rischio di smarrirsi, anche perché, dice lui, <è infinitamente più facile plasmare cose strapazzate; un ritorno alla regola, per studiare la forma, non fa certo male>. Come chiunque, ha i suoi bravi amori artistici; se debitamente interrogato, evoca gli Impressionisti e Vincent Van Gogh, nonché Mario Sironi, <in realtà, uno scultore che dipinge: possedeva le mani, e la forza, della scultura>, e per Vasco questo è certo il massimo dei riconoscimenti possibili. Le sue creazioni nascono sempre da un'idea, <che giunge in momenti inaspettati>, e che egli, come prima cosa, fissa sulla carta, disegnando; poi, viene il resto: spesso, anche una complessa ricerca tecnica, <perché misurarmi con le novità mi piace, ed ho sempre qualcosa da sperimentare o da imparare: la materia sa essere anche una grande maestra>. Le sue sculture femminili sono pervase di dinamicità, spesso basate su una unica linea curva. I cavalli, quando ci sono, hanno sovente colli allungati, quasi aspirassero, anch'essi, al cielo. Della sua opera, globalmente intesa, si può forse dire soltanto quel che, con grande acume, scriveva un giorno John Ruskin (1819-1900): < L'arte migliore è quella in cui la mano, la testa e il cuore di un uomo procedono in accordo>; magari, aggiungendo anche una frase di André Gide (1869-1951): <La sola arte di cui mi accontento è quella che, elevandosi dall'inquietudine, tende alla serenità>. FABIO ISMAN |
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